L'esempio delle Svalbard e la banca della biodiversità agroalimentare

Se nessuna grande cosa nasce e cresce senza l'attenzione al piccolo e al dettaglio, non può fare eccezione la battaglia a difesa della biodiversità, che trova in un luogo sperduto e invisibile sulle mappe un'arma inaspettata quanto fondamentale a suo favore.
di SPera

L'arcipelago delle isole – felici - delle Svalbard, Norvegia, è teatro di uno straordinario progetto di tutela e salvaguardia delle sementi alimentari che, ai giorni nostri, soffrono le conseguenze dei ritmi frenetici della produzione agricola di massa, volti allo sfruttamento intensivo dei terreni coltivabili, secondo una politica per cui l'esigenza di ottimizzare i raccolti per ottenere grandi quantità di prodotto, lascia giocoforza ai margini del mercato, e dunque a serio pericolo di scomparsa, le tantissime biodiversità di cui il pianeta è ricco, in favore di colture preselezionate e soggette a produzione costante (si pensi alle non rare distese di monoculture). Mettendo da parte - e non dovremmo - i risultati disastrosi di questo modo di fare agricoltura (le stime raccontano di quasi 1/3 delle terre mondiali coltivabili andate in fumo negli ultimi 40 anni), e gli interrogativi connessi a quanta gente che vive del lavoro della terra possa danneggiare (o di quante poche potenze industriali possa privilegiare, se preferite), potremmo provare per una attimo a pensare a cosa ne sarà, se non si invertirà la tendenza, del pomodoro Fiaschetto di Torre Guaceto, del profumato aglio rosso di Panni, della curiosa Melanzana Spinosa, e delle altre infinite Biodiversità agro-alimentari che un tempo fecero le fortune di uomini che le coltivarono nel massimo rispetto della terra e che sono adesso pronte ad essere sacrificate sull'altare della produzione vorticosa di frutta e verdura al solo scopo di perseguire il profitto.

In questo senso, vera e propria oasi felice nel deserto della logica produttiva intensiva è la remota isola di Spitsbergen, facente parte dell'arcipelago norvegese delle Svalbard, un complesso di piccole isole distanti soli 1200km dal Polo Nord. Qui, da ormai oltre dieci anni, è attiva la Svalbard Global Seed Vault, una 'banca della biodiversità”, un luogo nel quale ogni giorno si prova a scalciare via lo spettro della scomparsa del patrimonio genetico di tante sementi del globo. Totalmente finanziato dal governo norvegese, questo centro avanguardistico sorge all'interno di una montagna di roccia arenaria e gode di affidabilissimi sistemi tecnologici di sicurezza, al punto da restare invulnerabile persino in caso di un incidente nucleare o di uno schianto aereo. Ad oggi, nei bunker dell'edificio, vengono accuratamente conservati più di 1.000.000 di semi facenti capo alle oltre 20 colture più importanti del pianeta (tra cui il riso, le patate, il frumento) comprensive ognuna delle proprie più disparate varietà, con l'obiettivo di non destinare all'oblio i tesori più specifici della terra e di non condannare l'umanità a quella monotonia alimentare già adesso più netta e constatabile di quanto non lo fosse nei decenni passati. Qualunque Paese del mondo può selezionare ed inviare alle Svalbard i semi delle proprie biodiversità agroalimentari, perché questi facciano da paracadute in caso di maneggiamento scorretto, di malfunzionamento dei macchinari, di disastri naturali ai quali le sementi sono per forza di cose soggette. La Global Seed Vault conserva alle giuste temperature e in apposite cassette di sicurezza le sementi, rinnovandone giorno dopo giorno numero e varietà al fine di sopperire al naturale ciclo di vita che ogni seme di ogni coltura diversa possiede e che, senza una quotidiana attività di raccolta, relegherebbe la banca al ruolo di semplice museo di sementi purtroppo inutilizzabili per dare vita a nuove piante. Il centro conserva i semi fino a che i paesi che li hanno inviati non fanno richiesta di restituzione. Basti pensare al caso della Siria, devastata da anni da una sanguinosa guerra civile, che ebbe la prontezza di inviare nell'artico molteplici varietà di sementi tipiche, sottraendole alla scomparsa definitiva che il conflitto avrebbe senz'altro generato. Negli anni seguenti, il governo siriano ha richiesto la restituzione dei semi per far si che potessero essere piantati sul suolo di Libano e Marocco, garantendo quella continuità biologica delle specie che altrimenti non avrebbe avuto luogo. L'attività di conservazione di semi alimentari alle Svalbard è in continuo progresso, se si fa caso allo stanziamento di fondi che il governo norvegese ha concesso per far sì che in futuro si possa implementare l'attività della banca, allargando il numero delle colture da tutelare e di conseguenza le rispettive varietà specifiche, piuttosto che vagliando una serie di sistemi tecnologici che possano migliorare ancor più lo stato di conservazione delle sementi.    

Va da sé che la tutela delle biodiversità e l'educazione dei popoli alle stesse, siano strettamente connesse ai risultati di questo centro e alle sfide che esso si propone di affrontare nei prossimi decenni. Ad oggi, il pianeta è chiamato a scegliere se continuare ad alimentare le logiche del profitto a dispetto della tutela della terra e dell'importanza vitale e storica che ogni piccola varietà alimentare rappresenta, oppure se fare delle Svalbard il punto di inizio per un nuovo modello di sviluppo, un modello secondo cui la salvaguardia dell'ambiente e della sua integrità naturale, di chi vive la terra e ne coglie i ritmi, e di chi cerca la genuinità e l'autenticità a tavola, siano al centro di ogni sforzo per riportare l'agricoltura a dimensione dell'uomo e del pianeta tutto.